Cosa ci sta insegnando l’Idroscalo

Un paio di giorni di lavoro insieme all’aria aperta possono essere più istruttivi di mesi e mesi di corsi universitari. Nel nostro dottorato cerchiamo di applicare scienze sociali e scienze dello spazio alla ricerca di nuovi approcci a situazioni urbane difficili. Ma spesso la complessità di alcuni quartieri non si riesce a spiegare a parole: “Scrivere è quasi una forzatura. Bello conservare nel cuore, e raccontare a voce, queste due giornate all’Idroscalo”, ci hanno detto. Proviamo lo stesso a buttare giù qualche appunto.

(pubblicato su dinamopress.it)

Lo scorso fine settimana (16 e 17 aprile 2016) un’insolita iniziativa ha portato un centinaio di abitanti di altre parti di Roma a conoscere uno dei quartieri più ignorati e stigmatizzati dell’intero territorio metropolitano: l’Idroscalo di Ostia.

Il suo nome è associato alla morte di Pierpaolo Pasolini – che in realtà è stato ucciso un paio di chilometri più a Sud, più a Nuova Ostia che a Idroscalo – e per estensione, ai territori marginali a cui l’intellettuale aveva dato una forma espressiva. Obiettivo di questa iniziativa era iniziare un percorso per costruire una nuova rappresentazione di questa zona di Roma, minacciata da una pianificazione che ne prevede la demolizione completa. Dalla costruzione del Porto Turistico di Roma nel 2001, infatti, tutta la zona è entrata nell’orbita di interessi dei gestori (privati) di questa ‘grande opera’, di cui ora è previsto un ampliamento, che beneficerà solo i proprietari di barche. Le 500 famiglie che abitano nel quartiere si oppongono a questo progetto, rivendicando con grandi difficoltà il proprio diritto a rimanere nella zona; già quest’estate sono arrivati allarmi di un possibile sgombero, e a dicembre un’ordinanza municipale menzionava un ‘cronoprogramma per il trasferimento’ degli abitanti. Ma una serie di circostanze rendono complicato articolare questa richiesta e organizzare un’azione comune.

Sabato, nonostante il vento freddo che alzava la sabbia del mare in piccoli mulinelli, i visitatori dell’Università hanno cercato di dare un contributo alla costruzione del parco che gli abitanti hanno battezzato ‘Idropark’: una vasta zona brulla, delimitata da new jersey di cemento, che separa le case dalla scogliera a mare. È su questa zona che sorgevano le 35 case che Alemanno fece demolire nel 2010, con una grossa operazione di polizia di cui molti abitanti ancora ricordano ogni dettaglio. Nel corso degli anni i membri della ‘Comunità Foce del Tevere’, collettivo nato proprio in risposta alle demolizioni, hanno cercato di trasformare questa zona in un parco, attrezzandolo con scivoli e giochi per i tanti bambini del quartiere, con le porte da calcio e sculture di materiale riciclato, celebrandovi periodicamente feste o altre attività. Forti dell’esperienza del parco autogestito al lago della Snia, il collettivo Dauhaus di Ingegneria ha costruito un piccolo orto di piante grasse, decorato con le pietre trovate sul posto, molte delle quali sono ciò che rimane delle 35 case abbattute nel 2010. Le pietre sono ancora lì all’Idroscalo, ma gli abitanti sono da allora nei residence di assistenza alloggiativa. Sporadicamente qualcuno viene mandato via, perché non rientra più nei requisiti per l’assistenza, e spesso finisce per prendere di nuovo casa all’Idroscalo, ricominciando da capo tutto il processo.

 

Mentre i ragazzi di Dauhaus dipingevano i new jersey con i bambini del quartiere, sono arrivati nell’Idropark anche i giocatori della squadra di calcio di Asinitas, scuola di italiano per migranti e rifugiati di San Paolo. Non si aspettavano certo di trovare un posto come questo, e sulle prime l’impatto è stato strano – anche per il vento e il mare che batteva sulla scogliera, che a molti di loro portava brutti ricordi. Ma dopo il pranzo (lasagne e involtini di melanzana!) offerto dalla Comunità Foce Tevere, è arrivata nel parco anche la squadra dell’Idroscalo, ed è iniziata la partita. La vittoria è andata alla squadra dei migranti, che però hanno promesso una partita di ritorno. A quel punto il vento si era calmato, e molti dei partecipanti avevano avuto modo di fare piccole incursioni nel quartiere, senza dubbio un posto che non ha uguali a Roma. Le ore passate nell’Idropark, parlando e mangiando insieme ai residenti , sono servite a ‘scaldare i motori’ per la giornata successiva, orientata invece alla costruzione di un dibattito sul quartiere.

Così, domenica 17, un nutrito gruppo di studenti e professori della Facoltà di Ingegneria si sono riuniti di nuovo nell’Idropark; dopo l’aperitivo hanno attraversato il quartiere, visitando quattro case e parlando con gli abitanti. Tutte le case dell’Idroscalo sono autocostruite, e naturalmente riflettono le diversissime condizioni economiche degli abitanti. La zona della punta, dove il Tevere incontra il mare, è la più vulnerabile, quella che ha sofferto più da vicino le demolizioni del 2010 e l’aumento di precarietà che ne è derivato. Lì le case soffrono anche per le difficili condizioni atmosferiche; gli abitanti più radicati non ricordano però che il Tevere sia mai esondato, e lo ritengono invece una presenza familiare, anche tranquillizzante. L’Idroscalo teme invece le mareggiate, ed è proprio il mare ad aver inondato più volte il quartiere: ad esempio nel 2008, quando a molte famiglie fu offerto l’alloggio d’emergenza nell’Hotel Kursaal di Ostia. Ma come spesso accade quando le istituzioni non si curano di controllare queste operazioni, quasi nessuna delle famiglie alloggiate al Kursaal era veramente di Idroscalo, e quasi nessuna aveva veramente sofferto l’inondazione – anche tra quelli che, dopo essere rimasti molti mesi oltre la scadenza nell’hotel, hanno ottenuto case dal Comune.

Eventi come questi hanno contribuito ad aumentare lo stigma sulla zona, già molto forte. Del resto, è facile inalberarsi, quando gli abitanti mostrano orgogliosi le loro villette di fronte al mare, o gli evidenti allargamenti e coperture abusive che hanno realizzato; o quando, come avvenuto durante la visita, un residente afferma orgogliosamente di possedere quattro case e di volerne comprare altre. Molto più difficile è leggere tra le righe: abusi e condoni sono fenomeni complessi, e i giudizi affrettati spesso non fanno che peggiorare la situazione. Tutte le case dell’Idroscalo sono state per decenni tollerate dal Demanio, titolare dell’area, che ha periodicamente mandato funzionari a calcolarne le cubature; i residenti sono stati sempre tassati, annualmente, ed hanno notificato al Demanio ogni passaggio di proprietà, ogni ampliamento, pena la demolizione. E se le quattro case a cui il residente faceva riferimento sono in realtà, oltre alla sua, le case di tre parenti stretti con le loro famiglie, viene da chiedersi se sia giusto o sbagliato che la gente non stia semplicemente cercando, come tutti, di affrontare le difficoltà della vita urbana, in base al diritto elementare di perseguire il proprio benessere. Ma il bene comune? Il terreno demaniale? Non sono queste case forse delle privatizzazioni di un bene pubblico? Soprattutto chi ha una formazione urbanistica è costantemente portato a leggere gli abusi urbanistici come violenza contro la collettività, e la pianificazione come affermazione del desiderio collettivo.

 

È con queste domande in mente che studenti e docenti di Ingegneria hanno affrontato il dibattito, dal titolo ‘Presente e futuro dell’Idroscalo. Mentre si mangiava il secondo pranzo offerto dalla Comunità Foce del Tevere (parmigiana di melanzane e pollo fritto!), un gran numero di residenti ha raggiunto il parco per prendere parte all’assemblea. Quando sono iniziati i lavori c’erano una sessantina di persone, delle più diverse provenienze e condizioni sociali. Dopo l’introduzione ha parlato il pittore e intellettuale ostiense Giorgio Jorio, tra i fondatori del centro sociale Affabulazione di Nuova Ostia, che una storia travagliata ha sottratto al gruppo che lo aveva recuperato dall’abbandono, tra cui Jorio stesso. Nel suo intervento, Jorio ha spiegato come Idroscalo sia soprattutto il prodotto di una cultura dell’autogestione, sorta dalle difficoltà che hanno dovuto affrontare gli abitanti di tutta questa frangia di Ostia, di fronte al disprezzo istituzionale ed alla necessità di crearsi da sé uno spazio di vita accettabile. Criminalizzata dai giornali, associata alla mafia, alla destra, all’abuso, la cultura autogestita dell’Idroscalo e degli antichi ‘borghetti’ di Roma, è ancora oggi fondamentale per permettere la sopravvivenza e anche l’aspirazione alla felicità – al mare – per gli abitanti più poveri, esclusi dalla città – migranti, sfollati, espulsi.

L’Idroscalo, infatti, si è formato a ondate; se i primi arrivati (cacciati negli anni ’70 dalle demolizioni dei borghetti, o negli anni ’80 dalla liberalizzazione degli affitti) hanno oggi alle spalle molti anni di lavoro sulle case, tra gli ultimi (soprattutto migranti esteuropei arrivati dagli anni ’90 in poi) molti non hanno ancora avuto il tempo di creare degli spazi conformi ai propri desideri. Soprattutto perché, dal 2001 in poi, quando finalmente si costruì il Porto Turistico, voluto da Rutelli, un muro di cemento chiuse all’Idroscalo l’accesso al lungo litorale di spiagge libere su cui si affacciava il quartiere, lasciando libera solo l’ultima spiaggetta, anch’essa nelle mire del Porto. Così l’area è diventata ancora più marginale, sia geograficamente che socialmente: il Porto ha scatenato infatti dei gravi conflitti interni, poiché lo storico Consorzio Idroscalo, a cui afferivano una parte di residenti, aveva strappato al patròn del porto Mauro Balini una serie di promesse, garantendo in cambio di evitare l’ostruzionismo. Ma le promesse non sono state mantenute, e molti abitanti si sono sentiti traditi dai vertici del Consorzio, e con gli anni sono confluite in altre entità.

Queste divisioni ancora bruciano, e nell’assemblea si è visto chiaramente. Le demolizioni del 2010 le hanno rese ancora più amare, poiché Alemanno decise di non notificare l’abbattimento delle case agli abitanti interessati, invadendo l’Idroscalo con oltre 800 agenti di tutti i corpi di forze dell’ordine. Gli abitanti però erano venuti a sapere ugualmente che c’era un grande sgombero in preparazione, ma solo grazie alla filtrazione di notizie da parte del collettivo LabUr. I membri di LabUr, Andrea Schiavone e Paula de Jesus, che erano stati informati da un giornalista, andarono ad avvisare gli abitanti, che all’inizio non volevano credere a degli sconosciuti. Alemanno infine convocò una riunione d’urgenza con alcuni abitanti, scelti perché membri delle associazioni allora esistenti nel quartiere, e davanti a loro tracciò una linea che delimitava le case da demolire dalle altre. Ma gli abitanti che avrebbero subito lo sgombero non vennero comunque avvisati, e molti dubitavano anche dell’allarme che si era intanto diffusa nel quartiere. All’alba del 23 febbraio 2010 furono sorpresi nelle loro case dall’invasione di polizia, carabinieri, finanzieri, protezione civile; le ruspe abbatterono 35 case. Da allora, tra chi era presente a quella riunione e chi no, si è creata una barriera di risentimento: i primi sostengono che sacrificare quelle case era l’unico modo per salvare il quartiere, i secondi si sono sentiti traditi e venduti dai loro stessi vicini.

 

Durante l’ultimo anno, la Caritas di Ostia ha fatto un tentativo di creare un ponte tra questi gruppi di abitanti in conflitto. Due religiosi, don Fabio e don Franco, il primo residente all’Idroscalo, nella piccola chiesetta che gli abitanti costruirono a fine anni ’70, il secondo direttore della Caritas di Ostia (convocato dalla Comunità Foce del Tevere, che da tempo lavorava con la Caritas) hanno organizzato un Coordinamento Territoriale, con lo scopo di riunire i gruppi organizzati del quartiere per rivendicare alcuni bisogni fondamentali: una fornitura d’acqua degna di questo nome, un servizio di trasporti pubblici almeno sufficiente a portare i bambini a scuola, ma anche le informazioni necessarie a comprendere come muoversi nel limbo burocratico in cui sono confinati gli abitanti. Ma le tensioni interne sono troppo alte per poter organizzare un’azione comune dimenticando il passato: bisogna far luce su alcuni eventi, ricostruire un tessuto a partire dalla comprensione della storia, non fidandosi solo delle buone intenzioni.

Proprio per questa ragione, è stato sorprendente vedere che l’assemblea, nonostante i litigi occasionali, e probabilmente necessari, è andata avanti, anche grazie agli interventi dei professori Carlo Cellamare e Roberto De Angelis, raggiungendo finalmente uno dei punti nodali: la questione del rischio idraulico. L’Idroscalo è stato edificato in zona di esondazione del Tevere, ed è pertanto considerato a rischio di esondazione: il pericolo di una piena è continuamente presentato come la ragione principale per cui sono state fatte le demolizioni del 2010 (che però hanno toccato case esposte al mare, non al fiume!), e come la ragione principale per la pianificazione attuale, che prevede il trasferimento di tutti gli abitanti. Naturalmente, questa pianificazione è solo annunciata: non ci sono né i soldi né i progetti per alloggiare 500 famiglie (un Piano di Zona che prevedeva un edificio 167 a Nuova Ostia è attualmente irreperibile); ma il solo fatto di essere stata annunciata, e costantemente reiterata, contribuisce allo stato di precarietà che rende difficile la vita all’Idroscalo. .

L’urbanista Paula de Jesus, del collettivo LabUr, ha spiegato però che la questione del rischio idraulico è molto più complessa di quanto si creda: una serie di accorgimenti sia tecnici che burocratici potrebbero permettere di regolarizzare lo stanziamento nell’area. Non sarebbe certo l’unico caso a Roma di costruzioni nate come abusive e poi legalizzate: ma a differenza, ad esempio, del quartiere Magliana, dove tutti i primi due piani dei palazzi avrebbero dovuto essere interrati, perché sotto il livello del Tevere, e sono stati invece venduti ed affittati dal costruttore, ci troviamo invece qui in presenza di un quartiere nato non da una speculazione urbanistica, ma dalla scelta forse azzardata di famiglie con poche risorse, che grazie al radicamento su questo territorio hanno potuto raggiungere un livello di vita accettabile.

 

L’importanza che ha l’Idroscalo per chi vi abita, e le conseguenze deleterie di un eventuale trasferimento di massa, sono risultate evidenti durante l’assemblea: gli abitanti reiteravano l’amore per il ‘loro’ posto, per il mare, per il fiume, per i tramonti. Ascoltando le loro voci, chi veniva da fuori ha potuto vedere oltre la cortina fumogena che presenta sempre i quartieri spontanei come zone infami di miseria e sfruttamento per cui invocare un intervento da parte dello stato, qualunque esso sia, ed a scoprire invece l’orgoglio di chi sa di aver costruito da sé non solo la propria casa, ma anche il proprio ambiente. Gli abitanti dell’Idroscalo si sentono pionieri in una zona di frontiera, che sanno di aver scoperto ed imparato ad vivere: è questo ciò che tiene insieme la comunità, nonostante le terribili divisioni interne. E infatti, durante le due ore di assemblea, nonostante le tensioni, tutti (o quasi) sono rimasti presenti, sia pur scalpitando o scrollando il capo, o applaudendo selettivamente solo ad alcuni interventi.

La sensazione generale è quindi quella di aver fatto un passo avanti. Con questa iniziativa, organizzata da un dottorato in studi urbani e un gruppo di abitanti di uno dei quartieri meno conosciuti della città, si sono forse messe le basi per un rapporto tra studiosi e residenti, che speriamo possa continuare, fino a costruire un nuovo discorso su questo quartiere, di fatto sui quartieri spontanei, autocostruiti, delle nostre città. Non sarà certo la retorica della legalità a rendere Roma vivibile, ma lo sforzo quotidiano di decine di migliaia di persone, che lavorano per risolvere i conflitti creati dalla speculazione immobiliare e dalla cattiva gestione istituzionale, costruendo spazi di resistenza e cercando di rendere i propri luoghi il più possibile vicini ai loro desideri. Gli studi urbani devono dare un contributo a questi processi, trovando canali di interazione e strategie di negoziazione con le forze che governano la città dal lato istituzionale: per aprire spazi di libertà e di autonomia, ma anche per conservare quelli che già esistono, riconoscerli, tutelarli, difenderli, anche dove meno ce lo si aspetta.

Stefano Portelli

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